pose

aprile 29, 2012 § 2 commenti


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Ecco fra i vari trascorsi che lasciano i boschi
obliqui alla calma, la sera scurisce l’ortensia
dell’aria sopraggiunta, senza rinuncia
alla materia fredda, di colpo alla finestra
nel buio primordiale. Ma prima che scompaia il sole
prima delle nostalgie, prendere le parti dell’amore
e delle sue radici giulive, andare sul filo di montagne
chiuderlo da sé, quel pettinino.
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un tempo di alberi che tengono i tronchi allineati e soli
di tutti i colori il rosso è quello che brucia.
Ma anche che indugia: l’ape focaia è parte della pietra
nel presentimento di un’arnia spezzata
benché i soldati sigillino il luogo originario
e il segno stesso ceda l’abbaglio come un qualsiasi castello.
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Piove silenzioso che il cielo sembra poco
non per proteggerlo, prima di partire
hanno decapitato il bosco, la radice del liquido
-da orecchio a orecchio – adesso scende
la moneta bifronte di cui sei ospite
gira la sorte, nel moto del sole
la casa si chiude e come calare
la rosa sfiorata che si sottrae.
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di felicità a dipingere, ma non sei felice
la mano indocile sofferma il mare
avvertendo il piccolo morire
di un’onda che procede, nera
dove annaspa il piede, o bianca
Che sia nella sua mandorla, a te che incute
la messa in ombra del chiarore della specie.
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varie stagionali

aprile 10, 2012 § Lascia un commento


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ma ad aprile la piantumazione
arriccia la terra di talee e molti
sognano il trapianto di venticello
o comunque di mettersi in salvo
perché la casa in autunno
bene o male ha un suo angelo
un’ala di basilico custode
per ore di materne dottrine.
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le posate tolleranti, più le forbici
per il taglio dell’agnello.
Visto di seguito il pranzo portò ognuno
ad usare il mezzo più conveniente
oltre la zona di riposo della cenere
e a una serie di spasimi bambini
baci anche sulle rubizze, a più mani.
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passino i più cadaveri sui baratri dirimpettai, che i fiumi
e dai balconi aspergi il concime ai novelli gerani variati
a novembre in crisantemi per la colorina della via, che in bocca
alla ragazza diventa una fiaba sonora, dimostra un’ape operaia.
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posa la testa in un cielo piccolo
chi ci vive come un insetto cerca l’opposto
un universo amplissimo, mai ricordato.
Ma di un profondo immaginato
non trovi l’inizio, man mano ridotto
in un pennacchio di sole, incessante natura di sciame.
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sembra, seguire la fila delle stagioni
pertanto che rodi il tuo turno.
L’orbita diventa un assalto come
trovare un posto in parcheggio o il centro
nostalgico, mentre un vento contrario
continua a smarrire ipotermie sotto il sole
e con sotto i libri più cari a bruciare.
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grazie alle alte leve, ma non servono per le tolleranze
piuttosto le spinte delle foto di gruppo
stai attento a quel tacco che batte e schiaccia
a quella posatura di faccia senza spargimento di sole.
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con annotazioni, da note a notte

marzo 18, 2012 § Lascia un commento


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Poi nelle cancellazioni saremmo tornati soli
ma adesso
i fili di baci sono all’inizio, in punta di bosco
ma non durano a lungo, tuttavia ci appartengono
e come carboncino
ne basta uno.
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[quello che ora voglio
perciò rovescio il collo con tutte le piume
è di posare la mia percussione.
Solo allora il mio orecchino di rame
lascia la madre, risponde, smette di tintinnare]
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[teniamola la poesia, nessuno ci obbliga
in luogo di musica a non essere sorda
e comunque più in là è solitaria
o peggio, senza mare alcuno, dice io]
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ma gli amici quanto ti fanno aderire
nel locale le voci per rimanere sole
dovrebbero oltrepassare, non me e te
o ciò che di più caro ci appartiene
ma questa maternità da congiunzione
che figlia in morendo e sorride.
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aspetta, ci allontaniamo
in modo differente
dentro la prima immagine
continua ciò che accade.
Non è il tratto così pulviscolare
ad essere crudele, né azione
né quiete da non appartenere
L’uno all’altro, prima del ricordo
del modo concentrico di essere nel gesto
un bacio sul pianerottolo
ci rovescia nel tuffo, ci siamo detti per sempre
all’inizio.
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Ti raggiungo e senza più meta
anche la città lattiginosa sale le scale
con un fiore di sole levato dalla palude
Cosa ci preme, abbandonate le fughe
ora che le nostre canoe sono sulla riva
e il tempo palesa una cruna
per i fili sospesi, di colpo intrecciati.
Di noi intorno alle siepi, chi poi si scioglie per primo
torna a distinguere la propria concezione del mondo
la mano
non importa abbia generato una causa
per pura sofferenza. A toccarci basta una foglia
che trema già in poca aria.
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[perché tornati infranti
dentro i mondi che ci somigliano
sobbalziamo ad ogni minimo specchio
dell’antico cuore. C’è una soglia natale
che ci socchiude e un cordone
raddoppiato da serbare. Ora
non confondere le cime
quelle puntano senza dolore e grande è
mentre si sale]
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[incontro nelle letture
un pagina più corposa irregolare.
Tocca, citando Canetti, de «il modesto compito dello scrittore […]»
Penso a quante fibre il corpo trami in modo regale.
Il superbo dell’amore o che scrive]
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per domani

marzo 7, 2012 § Lascia un commento

Julie Heffernan Self Portrait as Tap Rootpart

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presto un bacio che presto lo ricambi
e intorno ai monti imparo le propaggini
il vento e scriverti da un piccolo crinale
mi fa vedere il mare, più in grande notti estive.
Più grandi anche le parole, qualcuna
non ancora pronunciata, per tenebra
ancora più taciuta, e talvolta così divisa
nelle parole scruto come se avessi perso qualcosa.
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perché il bacio non basta al bacio
neppure così premuto o romanticamente custodito
Più spesso è cieco, né è possibile stargli dietro
quando nel respiro e nello sfavillio uno
e non per sé apre la bocca
per altra lingua la tiene aperta
punta sul vivo, la corda d’aria, prima che cumula.
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[ ho in mente la spina non le rose
come il segno nella frase
la interrompe. Tutto scorre e ben tagliente.
Ho in mente il sangue che se non esce punge ]
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Perché poi nelle venature le parole continuano a germinare
nello sforzo del traboccamento e della dispersione.
Qualcuna si ritrae o non sopravvive senza felicità terrene
Ciò che ne consegue, nelle lettere d’amore
[che talvolta scrivo, nel modo fine fine di affettare le cipolle]
è che non sono morbide, rimangono divise
io stessa alla radice
tengo distante la piena delle rose.
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ma (un po’ in fabula) continua

febbraio 16, 2012 § Lascia un commento


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Uno sul traliccio del vissuto
nel buio che potrebbe già cadendo
avrà girato come un falco abissale
avrà, preso per fame, e poi abbagliato dalla neve
in picchiata di pensiero: terra, salvo luogo.
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ma attraversare il sogno, poi ti sveglia
e nella lunga terra, davanti, ansiosa
nella terra dove poi si posa la prima pietra
tolta, come il pane, dalla bocca
ogni stella appena sorta, poi riflessa
edificante il rosone delle mani.
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ma osservare il padre con la cecità della neve
che rende i fili impassibili alle mani, uccellini
per contatto impigliati. Appaiono edifici, grandi fuochi
portati dai cacciatori musicali, e quali nodi
per tendere le reti, da bambini
si impara a lasciare le briciole sui davanzali
per attirare i becchi con i bagliori.
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Ma poi il cappotto copre o denuda
sotto non c’è calamita né piuma
ma la pelle già che rischiara
lungo la strada l’andare frontale
la melodia della neve.
Altro subentra al cuore
le montagne con le visiere
di amido fin dalla nascita
e l’analogia con le spighe
il bianco come l’oro del seme
che abbaglia, fa smettere di respirare.
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manus in fabula su Clepsydra

gennaio 18, 2012 § 2 commenti

Grazie di cuore Anila!
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E Grazie Narda, grazie ancora Anila

QUI

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mani rese

gennaio 10, 2012 § 4 commenti


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Quanto andare per tensioni
mani nella sferza delle molle
e dove ti pensi, quanto più tirato, inafferrabile
arriva lo spezzarsi degli anelli
nervi come cinghie slabbrate di satelliti.
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ogni tanto la morte mi coglie in mille faccende
al più sopraggiunge, prendendomi di fronte.
Di prodigioso nessun segnale d’allarme
vicino all’argine continuo a piegare le calze
o cose del genere. Però le dita rimangono morbide
non tocco, né sposto il cadavere.
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è che nessun raggio mi corre
passa le bende, tira le mani.
Non ci sono interruttori
e i pianeti prigionieri arrivano
in ritardo dal passato
come un suono di grammofono
come un bacio
che ti riporta dolce nel vano.
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le mani atterrano per prime
e dopo che cadute, continuano a salire
(in alto un cielo minore che pesi poco come la neve)
ad un certo punto della creazione
fatte non per splendore, ma per posarsi ovunque
api di polvere in polvere. Beato polline.
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auguri insieme

dicembre 25, 2011 § 2 commenti

dove come perché

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dentro la storia si afferra una piccola zolla
che dopo avere viaggiato e a lungo sentito
non poteva bastare. Ali abbandonate sulle sedie
cautamente quotidiane, fremono ancora prove
e a seguire
vento che non sa dove squarcerà lo spazio
non ancora stretto.
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E come sarebbe anni dopo il padre
siede con il figlio nell’incavo
del piccolo centro, non trovando odore.
Temporale è il sole e rientra nell’origine.
Non c’è falso d’immagine sulla panchina
perché terrena la madre diventa grande
e ogni morte imitante ne stringe una
l’uno sull’altro, l’onda la riva
c’è qualche riparo all’insidia
la terra salvata per mano per strada.
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E come sarebbe l’architettura di un uomo:
al luminoso perché ognuno appartiene
ad un vento intensivo, non a un piano regolatore.
È autunno, spira da ovest, con tutto il suo guanciale
vita e morte insieme si soffocano di premure
e in questa illustrazione ogni permanenza in fiore
nel petto le strettoie dove le radici pescano e creano disturbo
udite udite il dubbio: il perché di un mondo curvo.
Come da tanto spirito.
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appena di neve

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Da un lato l’ala sepolta è il primo indizio
per chi con la lampada cerca sotto il chiarore
la mano dalla ferita inguaribile è appena sopra la neve

l’altra che è più reale segue il dolore.
Invecchia con il bambino che ne raccoglie le piume
e le conserva nel libro.

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di più, ti è chiara la neve « Leggi il seguito di questo articolo »

I nostri baci animali semplici

dicembre 16, 2011 § 5 commenti


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Un piccolo regalo mi dici. Non mi ubbidisci. Dovrò riempirti di baci.
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Mi resta accanto, mi tocca dentro senza la vastità di farlo
nel giorno d’inverno viene per primo tutto ciò che è freddo
ma fuori, aggiungo, se fosse un boccio
le radici sarebbero al coperto, come il particolare
del corpo amato sul letto, il potere di stringerlo
con tutto il bianco e la vanità del caldo.
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anche il tuo bacio mi preme e le labbra
in rara compressione dicono il mare « Leggi il seguito di questo articolo »

il punto su issuu 2

novembre 16, 2011 § Lascia un commento

il punto su issuu

agosto 18, 2011 § Lascia un commento



io su issuu

Ottiche di punta

agosto 13, 2010 § 1 Commento

OTTICHE DI PUNTA prova 2 su Iussuu

per la cronaca 1

giugno 26, 2010 § Lascia un commento

AVVERTENZE X 1/3 prova 1 su Iussuu

involucri

marzo 20, 2010 § 4 commenti

Bruegel "scimmie incatenate"

[3X2]

Di che mi afferra dentro la gabbia

da che i movimenti sulla sbarra
correndo dietro ai corpi celesti
non hanno equinozi

mimano le ogive dei proiettili
al minimo i lacci.

*

le notti dormono accanto
con quel minimo dispendio che occorre
per tirare le coperte

e sotto un paio di mimetiche
le sabbie del sonno entrano negli occhi
Fra respiri frusti la tenda in voluta coi soffitti.

*

Ti fermi fra le sue gambe come fra le cose
forse anche pensi alle trappole posate
da bambino.
Niente di nuovo, il nocciolo tiene prigioniero
come il filo di acciaio, lo sguardo anche
l’obiettivo.

Schiele

[la luna in altro tondo]

Mele tutte le lune
le pupille che si allargano.
Il fondo morsicalo.

*

casta diva [torsolo]

*

Non in volte nude o di sesso asciutto (un paradosso)
sei inafferrabile, né appesa alla campana delle stelle
ma dentro il tatuaggio delle cellule

fra le membrane lo scambio per passare
(addirittura amore), liquidi bianchi bui
luminescenze

tra

*

l’orizzonte arcuato
e dentro la scodella della luna
fame di tutti i mirtilli della notte.
Intanto punge un capezzolo di latte
e la nenia gira fino in fondo alla collina
doppiando l’ovale della palpebra. È tempo
che il bosco manca quando può avere inizio
quando il muschio genera su un corpo aperto° morto.

Klee

[Il titolo è in fondo]

Silenzio, iI trompe l’oeil di suono
dal padiglione umano di ogni bellezza che vibra.
Ogni parola è insicura, trema di viola
e reggendosi alla lingua magnifica e progressiva apre la bocca
condizionata alla staffa di una realtà sconnessa .

*

‘dì il nome, che fai sulla porta?’
in men che non si dica l’imposta
spiattella l’intruso di labbra
‘una parola alla cosa puoi darla’
L’apparenza (già salva) modella.

*

del penetrante che passa sopra il porfido di lago
cogli la roccia e il cielo, la pagina dal biancore di cigno
quando arruffa l’ala.
Il suo verso arriva, rimesta la scrittura
nell’acqua il pennino di una vela.
Fin qui la vista navigabile, di là
l’anatroccolo linguaggio muta un bel cantabile.

*

‘ssst, una rissa di sillabe?
Certo, se un lacché di formule marca stretto
l’accento è un piccolo trucco per una variazione di rilievo

[del punto bavaglio zero…]

metereologie

febbraio 20, 2010 § 2 commenti

Hokusai vecchia tigre nella neve

Fiocchi (per certi versi sbiocchi)

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spogliandosi al gesto forse abbandona
l’atarassia frusciata: bocca-parola
sulle strade fiocchi lucertole in attesa di sole
l’ugola sgocciola stalattite sottile.

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E dappertutto felci di neve
la guancia che insegue un’istantanea di volpe.
È proprio della morte attirarti in un luogo mimetico
ovvio, il bianco è ipotetico.

*

sui tetti azzimi salgono ombre
il linguaggio si accorge che il tempo muta
fioca la città confusa, nella bocca
fiocca girata sottosopra.

bruco dopo la pioggia

un apparire di pioggia dilavante sequenze
il mondo emerge da una città di foglie
e mentre soffia
ti spegne nell’orecchio il cerino d’acqua.

Quello che prendi scappa allo stesso modo
il nulla è chiaro
buio nel giro di un segno
con la sua goccia zero, di stravento uno.

*

(allora qualcuno spaccato dal buio
non riesce a mettere insieme un qualche contrasto
rimane trasparente nel mazzo, sortito in luogo di vetro
)

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Il movimento che in sbieco buca la mano
è quello di un raggio mattutino
quando cadute le stelle
si continua a fiorire di luce naturale.
E in via delle parole anche l’avvenire
risulta completamente ispirato .
Chi pensa allo scoppio chi a un petalo bruco.