su neobar: dedica

dicembre 10, 2012 § 1 Commento

SU NEOBAR: DEDICA (un piccolo ebook)

Grazie Abele!

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inizio dal padre

ottobre 20, 2012 § 1 Commento


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per molto tempo a venire
eri la bambina alla destra del padre
con il dolore non ancora trattenuto
un gran bello spreco che non si volgeva
mai indietro, o più per il bacio, per buono
davvero, nel dualismo umano. E poi di sicuro
altro tace la fotografia sullo scrittoio: l’uomo
porta in sogno qualcosa di invivibile e
prima di versare lacrime
la necessità di compiere qualcuno
perseguita, e più caro parere di esserlo, dominio.
Il che se dovesse, che razza di interezze
schiudono gli edificanti occhi da latte.
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con gli anni in me cresco mio padre
non per intenzione, ma per il giusto potere
conferitomi dal suo (come casa, pendio
ombra che dal vivo non si arresta
né ritenuta adatta, ma che una volta in testa
rimane un nesso legato all’inizio, ancora indifeso
giù nell’abisso). Intendo, c’è il bambino
potrà amarti o meno, ma ugualmente ciò che segue
ha la mia filiazione. Si tratta anche di parole
che fanno tornare e delle montagne, ovvio.
Ogni volta che mi sono persa intorno
questo il primo luogo, anche se in preda al gelo
altrimenti quale sarebbe il dominio.
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[e lui, in me, di sicuro
come di un gesto – posso fargli questo?-
che trattengo nel braccio. So quanto forzo
e tremo e riporto. Non mi separo
dopo averlo freddato, m’insinuo].
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ma per un albero solo l’attaccamento
tu mi dici il pino cembro ci mette
a diventare adulto, non guardare presto.
A volte occorre togliersi dal varco
passare le mani, la folgore delle vene
sopra i pugni.
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Ma per un albero solo sta lì piegato
tuttavia nel beneficio, per esempio il sole
con la sua verità ingrandisce le vene.
Gira dunque un fervore ambidestro, come un convoglio
è scosso. E poi l’eterno cerchio che ci regge non grandissimo
in breve l’amore di noi stessi accarezza il dorso.
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in breve, la fiamma di noi stessi, che tu vedi e passi
sospingi gli occhi, i fuochi incerti bastano a ferirti
e dal profondo i sogni come bambini
lanciano luccichii. Un giorno tutti
nel gioco debbono entrare o perché intorno al giocoliere
un nonnulla trattengono il fiato. Dadi in proprio
provare a riprendersi tutto. Il sole è un tappeto aperto
anche molto comune, l’occhio fruscia le sue piume
ma in quanto a rifrazione…
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è che rinascere da poche parole
il vento sentirlo e non solo
per l’osservazione del pettirosso
che apre il suo scatto: oltre le ali
è detto, tende più in alto.
Del resto, niente è pronto: il sole un gorgo
di luce sopra foglie rinsecchite, il riparo
una catena di montagne ombreggiate
e il tuo stesso profilo è un monte
pallido per il ritorno all’origine
ma tu sai confondere la parola che vi sale
dalla bocca come sotto una pioggia di cenere
e dici quante forme hanno i rami
sotto il mormorio dei frutti maturi.
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continuazioni di agosto

agosto 31, 2012 § Lascia un commento


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per una storia prepara la pianura, la primula
di gola che se ne ricava. Ma la terra è nera
sul bianco dei denti principianti. Adesso stringi
esce un filo di collina
un uomo che in alba o via di sua inflessione
dà all’occhio tessitore il proprio cerchio infernale.
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Ma il nulla è già al portatore
gli viene detta la caduta in fuori, nell’abisso
come l’ossessione del guardiano che gira le stanze di uno
a scacciare l’intruso. Ma la percussione non è di palmo locale
esattamente di cantico interiore. C’è del cinico e del
sussulto più epidermico, come una forma diffusa di specchio
e di attracco porto a porto.
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o in tanta selva disfatto
per indugio e struggimento
il cervello piccolo chimico
della bella bestia inclina
a una sola mistura
girando nella voliera
fango fango della sua tela
ma senti che suona
fra carne e ossa
come una foglia secca
la parte di una carezza
o di un colpo che stacca
una parte al tutto che si ricrea
oh alla fiera
che è nostra causa
di filigrana.
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o alla moviola.
Com’è la terra che aspetta foglia dal microbo soave
per esigenza di creazione
tenendosi alla prima personale singolare
entra ed esce dalla carne nel proiettile delle fioriture
e questo devi averlo toccato, anche sul guscio
che la fiamma riverbera vuoto, e il fuoco stesso
vivente di ramo in ramo, in mezzo al nero, sa
di essere dentro il mirino, tra mille fogliuzze
come la bestia di scaglie che monta il cielo.
Al solito, dunque, senti invano: il tuo Dio si esercita da solo
l’azzurro è puro, dà capogiro e le nuvole di alluminio
tremano, in vivo al colpo.

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[ testi a continuare quelli pubblicati da Fiorella D’Errico QUI ]

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Grazie a Fiorella D’Errico

agosto 4, 2012 § Lascia un commento

Sono sul suo Blog “Passaggi d’anime”

QUI

Grazie Fiorella!

continuum su “9. Discrezione rosata poetica in m.e.” di R.Matarazzo

luglio 13, 2012 § Lascia un commento

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Se per l’acqua mescolata dalle ossa, se per l’acqua in rosso smossa
sbandierata ai quattro venti, se per l’acqua questi venti caldi
e le ossa nel cambio di colore prendono tutta l’attitudine a spolpare
rimasta nello scorrimento, se non vi è inferno che l’anello bianco
nella congiunzione permetta di avanzare, e se per la polpa stessa come un cane
attaccata a vivere sopramente, se per vanità rosa niente mi scinde, né
per lunghi anni un monte è stato base alla lampada
supponiamo sotto a chi canta, a chi mi avvicina la bocca rotonda
tenerci alla luce, a chi mi divora.
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se ho necessità di manovra, tuttavia, e in eguale misura
pensieri nativi di una certa grandezza
affacciandomi alla porta guardo la mia ombra
appropriata a me, che mi illustra
per questa fiamma nerastra su e giù risorgo
per questo fumo di mondo cado al suolo.
Diversamente non mi separo
sono tutt’uno con il mio bel primitivo
ma questo doppio che mi desse un frutto
dove sta l’elemento nutritivo dello specchio.
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supponiamo la temperatura dello spirito
per il lingotto dove sei colato
Tutto questo: le mani tastano
chi sono, vanno sprofondando.
Ma nessun altro in fondo
è nitido così alle enfatiche.
Cerchie di dita intorno alla sillaba premuta
tengono la noia come un leone la preda
qualche dolore segna la carne come un vestito.
Nella ipotesi di un paradiso da capo
l’ombra ha un pendio, il permesso di essere
il corridoio di un tronco. Per la verità
non c’è simbolo o stato d’animo o punto.
Il particulare su barchette di carta si muove
splende o no, ma non può scappare dal sole.
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la vista un buco dove peschi corporeo
come sul ghiaccio. Attento a non sprofondarvi adesso
rompendo il fango e la distanza dallo spirito.
Lo sai bene, dietro il ramo spunta il sonno
e le pupille basate sull’eterno
infantile hanno deciso: si protrae.
Infine la terra sa di madre, le radici
nel comprenderti hanno un brivido.
Perché il braccio ossidrico e l’amore
tornato con il sole fra le più alte cose va ripetendo
e anche noi nel recinto spieghiamo l’estate col frutto
la mania di grandezza col piccolo.
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per piantagioni di bellezza
amarissima qualcuno attraversa
l’intera realtà può farcela, dà la maschera
e carne e ossa da giorno breve, inerzie
da piccolo pedone . Ma per amore
erbe brille e un temporale, come un fiore
venisse dalle unghie a infiorare
o un malumore di montagne saprofite di sole
con il ghiaccio chiaro in cima che ti obbliga a seguirlo
il vento che non sprofonda con le sue fortezze di sughero
e il vero dolore prende la sua identità di semplice dolore
le cose sono parole, non vogliono replicare.
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La versione originale con il pdf (da scaricare) su neobar: QUI
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Ringrazio di cuore Roberto Matarazzo per l’opera pittorica e Abele Longo per la pubblicazione
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su una città

giugno 18, 2012 § 2 commenti

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……………[il custode dei marmi. discorso immaginario in San Salvatore]
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uno che arriva a crescere cura
senza copertina d’infanzia, ritagliando
il narciso turistico, il marmo nero che supplica
di risalire la strada.
È questo paura che la città scompaia
/ vita tanta tagliola /
a mettere fuori la testa. Clessidra nostra
la polvere sosta senza mai equilibrio.
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……………[il custode della scrittura che penso]
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C’è sempre qualcuno – più d’uno
che riporta ogni grano che sale la china
la ripetizione, come una pugnalata, della scrittura.
Ecco che cala, posa la valicante spalliera.
Fervidamente la gioia
da racchiudere come il mare le uova dei pescherecci.
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tanta barocca in marmi pieni di traccia
che come rospi aspettano un bacio trasformante di sole
e sopra terra va e viene la vena fuggiasca di paure
la reticella in serbo del potere.
La mente infatti si è data un padre da cui discendere
ma tutto a mamma polvere e fra le pietre
l’alzarsi d’anatre della luce
e seguirne il volo, dare ascolto, agitando le mani
nient’altro.
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ma nel mercato dove mi eclissa l’intera riva d’orto
porto la mia infanzia del bosco, ma a dirla, allo stremo
non c’è luogo. Ora, mie care foglie siete uno spago
come i frutti e le grida dei venditori dai colori forti
come gli insetti prigionieri, forse ospiti, fra le piume
Il coltello che scintilla in sé riunisce sole e neve
ma fuori rende le carni, espone.
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Ora per la gloria immemore degli insetti
senza accorgermi è questo ammasso al vento
più origini suggestionabili poi convivono.
Capirlo o nemmeno, anch’io disposta sul mio bell’amo
faccio voce, vengo alle nervature più ostinate, a foglie bene.
Ora, la domesticità è seme e, conseguente, la città che scende
profonda fino al mare, su è giù case conchiglie e fin banchine.
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animalamare

giugno 10, 2012 § Lascia un commento

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tutto nel lasciarmi prendere è estate
e la distanza dal sole che si riconosce
essere altissima sorgente, avvicinarsi oltre
le punte di colore, stringere brulicare
della bellezza madre, la tua barba
che sfregando mi arrossa come un colpo di sole.
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[il tuo gesto si inscrive nei cerchi
che gli amanti da sempre millenni
scostando la ciocca di capelli
fino ai luoghi più impervi dormirvi
fuori culla il raggio che estranei]
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nello scuro dei monti
fra i miei capelli barcolli
e non sai se gli inverni hanno lasciato
picchi nevosi per il tempo che passa
(è fra noi e pronuncia le ossa)
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Così una coperta di terra è materna
ti tiri i miei capelli sul viso, grato
di essere stato raggiunto
e come un cuculo adesso il tuo gesto
nel nido, senza la forza di andare, riverso
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poi di nuovo è un qualunque ragazzo
con il busto proteso.
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Il sole nella ripetizione della sua nave gialla
agitata ampolla che nel dormiveglia alterna
i nostri spazi lenti e la dinamica dei sensi
pronti a moltiplicarsi
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e piano con i propri zoccoli su queste teche d’oro:
il ciuffo dischiuso del mattino (sia il mio che il tuo)
è un piccolo puledro.
Strano, premendo dolcemente, riportarlo a inchiostro.
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……………………………………[infine nella valletta…]
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sei qui. Adesso. Il bacio come un cerbiatto
che io avvicino.
Ma guarda , l’infanzia risponde
in modo eversivo, e in qualche punto
del buio, si mette avanti – e indietro –
mi porta ad un abbellimento indolenzito
Quanto poco domestico questo bacio
sacro accerchiarlo.
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*
[Anche l’autunno del tuo petto largo
mi trascina nella sua cascata.
O la nostra durata – da bocca a bocca-
una volta sola non basta.
Se fosse una freccia non smetterebbe di puntare
e il tempo non capace più di marginare]
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