non c’è nemmeno un titolo

aprile 27, 2013 § 1 Commento

Francisco Goya “Gatti che litigano”

. .

che tu scriva sotto l’ala sonora
della tua immaginazione o delicatamente sfiorato
dalla nullità e dalla ricerca dell’eterna scrittura
in quella bella fontana, l’inchiostro
ti cade sulle mani in ogni sorta di gattini.
Vedili ancora pigri e poi più risvegliati:
il più forte soffia, si azzuffa, graffia
le dita senza alcun motivo.
Lo segui come un piccolo tesoro, ma poi tutti
giocano coi tuoi nastri.
Lecito affezionarsi, ti fidi di loro
cerchi di tenerli vicini al segno.

*

poi non c’è altro modo: anche l’avvoltoio
preserva i propri cuccioli. Vorresti poterli grandissimi
ma non escono dalle immaginazioni e le mani
sono forti con i deboli, attraverso gli alberi
strappano un fiore. Tremenda condizione
per ogni vento, petali da separare.

*

poi, poi non sei libero, il piede
è legato a quell’altro, la mano
all’assunto che ha scritto.
Forse così voli basso, però nello spazio
la voce cerca contenzione
un orecchio su cui sbattere e tornare

*

ma andiamo per via che sogno
in me si tenda l’arco delle sillabe
per parole ho speranze e spinte
di me che sto parlando invano.

A quest’ora anche l’asfalto è un suono
volati, non si rientra nel filo
e chi mai sentisse un grido, al pari
della neve sciolto al sole, come un lungo

verme si proteggerebbe.
Con la pagina bianca, la sua calce
nel silenzio solidale.

Così lo spiegamento innato delle piume
dal becco la materia fetale
lisciarsi bene per bene, poi col becco arare.

*

al tumulto del nodo
non manchi. “Io muoio a seconda dei venti”
dici, e dall’uno all’altro i balsami
dalle erbe dei defunti
sono la voce frondosa del coro.
La tua mano invece preferisce l’approdo
il tono piano del cerchio.
Perfetto
non ci salva dal varco
ma chiude, si getta di testa nelle campagne.
È un grave
che casca nelle tenebre e che appena uscito dalle caverne
sente le belve camminare lungo la spina dorsale dei boschi.

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§ Una risposta a non c’è nemmeno un titolo

  • malosmannaja ha detto:

    “vorresti poterli grandissimi” da solo vale tutta la lettura. poi qui in dialetto “gatti” sono pure quei batuffoli di polvere che trovi in casa quando non pulisci per un po’ (e si sposa bene con l’idea “gatti d’inchiostro” che rotolano nel cervello e si nascondono negli anfratti dei pensieri finché non miagolano fuori). era un silenzio lungo, in questo blog, ma finalmente i gattivi pensieri lasciano un segno (non c’è altro modo, per slegare piede e mano dall’assunto e anche se parliamo invano è per parole che abbiamo “speranze e spinte” nonché sillabe di sogni).
    potente, dunque, questo grido di pagina bianca, mentre il foglio-figlio si squarcia e si separa come un quadro di fontana o di kandinskij, lasciando intravedere le tenebre dello spazio oltre il riquadro orfano, ovvero il nero dell’inchiostro delle parole. ecco, nella mia fallibile soggettivazione, entro in risonanza circa l’assenza di una salvezza possibile nel “varco”, come pure non c’è scampo all’in(el)udibile tumulto del nodo in gola, mentre – per contro – nel tono piano piano del cerchio, forse…
    eh, si sa: chi cerchia trova.

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