su una città

giugno 18, 2012 § 2 commenti

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……………[il custode dei marmi. discorso immaginario in San Salvatore]
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uno che arriva a crescere cura
senza copertina d’infanzia, ritagliando
il narciso turistico, il marmo nero che supplica
di risalire la strada.
È questo paura che la città scompaia
/ vita tanta tagliola /
a mettere fuori la testa. Clessidra nostra
la polvere sosta senza mai equilibrio.
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……………[il custode della scrittura che penso]
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C’è sempre qualcuno – più d’uno
che riporta ogni grano che sale la china
la ripetizione, come una pugnalata, della scrittura.
Ecco che cala, posa la valicante spalliera.
Fervidamente la gioia
da racchiudere come il mare le uova dei pescherecci.
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tanta barocca in marmi pieni di traccia
che come rospi aspettano un bacio trasformante di sole
e sopra terra va e viene la vena fuggiasca di paure
la reticella in serbo del potere.
La mente infatti si è data un padre da cui discendere
ma tutto a mamma polvere e fra le pietre
l’alzarsi d’anatre della luce
e seguirne il volo, dare ascolto, agitando le mani
nient’altro.
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ma nel mercato dove mi eclissa l’intera riva d’orto
porto la mia infanzia del bosco, ma a dirla, allo stremo
non c’è luogo. Ora, mie care foglie siete uno spago
come i frutti e le grida dei venditori dai colori forti
come gli insetti prigionieri, forse ospiti, fra le piume
Il coltello che scintilla in sé riunisce sole e neve
ma fuori rende le carni, espone.
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Ora per la gloria immemore degli insetti
senza accorgermi è questo ammasso al vento
più origini suggestionabili poi convivono.
Capirlo o nemmeno, anch’io disposta sul mio bell’amo
faccio voce, vengo alle nervature più ostinate, a foglie bene.
Ora, la domesticità è seme e, conseguente, la città che scende
profonda fino al mare, su è giù case conchiglie e fin banchine.
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animalamare

giugno 10, 2012 § Lascia un commento

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tutto nel lasciarmi prendere è estate
e la distanza dal sole che si riconosce
essere altissima sorgente, avvicinarsi oltre
le punte di colore, stringere brulicare
della bellezza madre, la tua barba
che sfregando mi arrossa come un colpo di sole.
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[il tuo gesto si inscrive nei cerchi
che gli amanti da sempre millenni
scostando la ciocca di capelli
fino ai luoghi più impervi dormirvi
fuori culla il raggio che estranei]
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nello scuro dei monti
fra i miei capelli barcolli
e non sai se gli inverni hanno lasciato
picchi nevosi per il tempo che passa
(è fra noi e pronuncia le ossa)
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Così una coperta di terra è materna
ti tiri i miei capelli sul viso, grato
di essere stato raggiunto
e come un cuculo adesso il tuo gesto
nel nido, senza la forza di andare, riverso
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poi di nuovo è un qualunque ragazzo
con il busto proteso.
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Il sole nella ripetizione della sua nave gialla
agitata ampolla che nel dormiveglia alterna
i nostri spazi lenti e la dinamica dei sensi
pronti a moltiplicarsi
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e piano con i propri zoccoli su queste teche d’oro:
il ciuffo dischiuso del mattino (sia il mio che il tuo)
è un piccolo puledro.
Strano, premendo dolcemente, riportarlo a inchiostro.
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……………………………………[infine nella valletta…]
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sei qui. Adesso. Il bacio come un cerbiatto
che io avvicino.
Ma guarda , l’infanzia risponde
in modo eversivo, e in qualche punto
del buio, si mette avanti – e indietro –
mi porta ad un abbellimento indolenzito
Quanto poco domestico questo bacio
sacro accerchiarlo.
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[Anche l’autunno del tuo petto largo
mi trascina nella sua cascata.
O la nostra durata – da bocca a bocca-
una volta sola non basta.
Se fosse una freccia non smetterebbe di puntare
e il tempo non capace più di marginare]
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