m.p.

agosto 9, 2014 § Lascia un commento

 

*

Il mio umore falcia la pioggia e la mette in pace
riscenderà  la fronte un altro giorno e non sai che rumore
il punto buio delle pietre al fiume dove si è gettata
prende vita, si squarcia e si china

 

la mia fronte è piena, non afferro nulla
tento solo ciò che brilla
della pioggia e casca direttamente al suolo.

 

*

che ritorno all’abbeveratoio! Uno più azzurro: il cielo
di questo momento ha sotto il deserto, la persiana delle mani
che vibra.  Ma sì, la dolcezza è facciale come la luna
deposta sul fondo del pozzo che stia per finire

 

di memoria madre è piena l’infanzia. Allontanarsi
dimentica o porta alla bocca.
È quanto una barchetta  che pieghi
e nei suoi baci ti bagni.

 

*

dalle foglie cade il vento che non riesce a partire
e io dipendo da uno spiegamento simile.
Fuori dalla rosa del fuoco anche il nulla può pungermi
quanto una spina.  Pesa il concreto:
il lampo ora è nel fianco della montagna
e nella mia testa più di un’ala ha il diritto di crescere.

 

*

ho comprato l’aria pura del biglietto ma non riesco a partire.
Il mio fiato disobbedisce le storie vere e non segue la china
di scendere a patti. Non vedo se canta in qualche luogo
per esempio in un sogno o nei tempi che corrono.

 

Nemmeno ricordo la leggerezza del viaggio
il passo in due parti uguali: la ninna/nanna dei piedi
e un firmamento di stelle come pulci che saltano agli occhi.
Provo a ridirti cosa arriva e mi chiude
ganci d’ansia, la terracotta si smuove.

 

*

allora indugio in punta di piedi
mi leverei più in alto delle passioni
che spiritate toccano al massimo la testa

 

se così disfatta

 

il tempo cane non la facesse comunque da padrone
spingendomi alla luna quando abbaia e gettandomi
i ricordi come briciole.

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la nostra del sé

marzo 20, 2014 § Lascia un commento

O l’eco più interno, dove picchia il martello
intenso nei punti sensibili
uguale per la legge dei grandi numeri
o più fioco (che nevichi?)
quando calmati i suoi strepiti
accosti l’orecchio: un uccello che sbatte
dal suo piccolo trespolo
e non sai se ha perso il bosco o l’abisso.

*

*
un cuore legato alle rondini e allo spazio
un semplice muscolo che ricacciato nel becco
sa che la morte prenderà il suo posto.
Ma per intanto è rosso e attinge all’assoluto
Di questo nuovo nido hanno cantato
e del richiamo qui in volo
rimaniamo noi e un cielo estremo
(non voglio che smetta il suono
del suo elemento nutritivo
di quanto poco sappiamo
del verme nel suo feroce attaccamento)
ma è così che intanto
troviamo un raggio che ci brucia, l’interezza
inquieta, un cuore della notte intriso in certi punti
“Dev’essere mattino” e i timpani, alberi ancora freddi
iniziano a vibrare. “Dimmi a quanta ombra
sei disposta, a quanto fiore”

*

Toccare la tua mano che mi tocca, sempre più alta e bassa
stremati dalla polvere e dalla traccia, infine dalla tenerezza
che trapassa nei frammenti delle storie, l’idea e chi l’ascolta
o addirittura chi ne scrive, con le punte di dita come nugolo
di uccelli al sole.
Ma non è il vuoto, in particolare, quand’anche fosse raggiungibile
o il pienone emotivo che ci lega la mano, ma lo spostarci
sul terreno più caro al primo grido.
Questo un tentativo, anzi un modo per “la nascita del quadro”
che prolunghi il suono e il lago.
Poi perdendo il tempo, l’uno dentro l’altro…

*

al primo aprirsi dei dormienti
i raggi svolgono il cuscino
e il riserbo caro di non svegliarti
lasciando che il tuo sonno perdutamente mi dimentichi
e che spaesamenti candidi infilino il buio
senza traccia di ago.

*

ma torniamo all’amore, sta per spuntare.
Il suo asse terrestre inclina giorno e notte
significa ha sussultato. Ho paura e riso
il sesso dello splendore di rami del ciliegio.
Fuori di me un bacio, per quanto possa
prendere il fuoco e darlo in superficie.

*

marzo 1, 2014 § Lascia un commento

Amore sii terrestre, non andartene.
Entrambi come bestie o in pieno fiore
attraversiamo il luogo comune di ogni bene
poi ognuno si dovrà abbandonare.

*
ormai chi è nato è nato, può anche finire di strillare.
Al principio non c’è fine, le strade ritornano colline
tavolozze di nebbia lancinante.
Vieni amore mio sotto le palpebre
al buio non c’è niente, lascia il nastro dell’attendere
e pensa l’occhio nel colore: celestiale.
A pochi mesi diventa definitivo, assesta il mondo
lo stacca da sé, piano.

*
scoprirsi soli nella gelatina degli umori
con pochi rami dalle foglie che infittiscono.
Può darsi l’occhio nervatura chieda un frutto
nel tempo spazio della grande madre.
La pupilla infatti adora il pane delle immagini che inghiotte.
Il nocciolo che emerge regna sulle acque.

*
Non che sorgano infelicità
sfinenti, in qualche modo sono protettive
La loro lagna incline alla prima spiaggia dell’orecchio
Venire allo scoperto, avere altre voci
I rami tremano ai giorni profondi dei fuochi
erano anche baci, scrosci, che tutt’intorno dissipi.
*

dal dentro in fuori

gennaio 30, 2014 § Lascia un commento

Dal dentro in fuori, la cantilena dei respiri.
Bagliori azzurrini. Piccoli puledri
per il materialismo delle mani
sottoposte agli sfoghi della crosta terrestre.
Come certi metalli, all’aria ossidano
per la maggior parte.
Parola che tremi, e tuttavia che voli
i respiri sono i tuoi mietitori. Morti o vivi
in alto i semi.

*

Tu sei quello che scrivi
rovi e diramazioni
di una fiala spezzata sulla lingua

una segreta formula
della vanità di ogni presa
che mescola urina, acqua di rosa…

*

Parola d’esterno, la lingua un bargiglio
ascoltarsi canto del gallo, non ancora chiarore.

Ecco cosa succede.
A fior di penne o piume
dare alle cose un nome.

Ma solo per la delizia da pagina bianca
la parola canta. E ti tocca, e tu tocchi lei.

su viadellebelledonne

novembre 15, 2013 § Lascia un commento

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un post con una forse due …. QUI

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ancora nessun titolo

agosto 16, 2013 § 1 Commento


……….
……….
perché scrivere è il buono
pentolino pieno di latte
la lingua seguita da mosche
dove il bianco si contorce
egualmente turbato
dal bollore e dal sonno
la mano trita sul foglio
dove i lati del coltello non arrivano
a smantellare le statue erette dal fluido
e il velo come potrebbe essere.
……….
……….
*
e se fosse tornare al taglio dell’origine
per dire a ricolorare la trama fitta della neve
cosa c’è di crudele?
Poco altro è nuovo colore
la mano preme, il cielo sopra
ogni palmo è una possibile facciata
che ha le linee vitalizie
come mosche avvezze al macello delle bestie
e la nuvolosità dei polpastrelli per inclinare.
……….
……….
*
Oppure procedere
per storie prese come malattie veneree
il viavai delle pagine asciugate dal sole
ecco la forbice del narratore
scambia i fattori “io sono la madre”
e dal cortile di più secolare
sfollando ogni giorno la luce fra l’albero
stenta ad apparire, su foglia che secca la esclude.

Entra bambina senza guarigione
entra negli occhi, incendia i covoni
e l’alfabeto di fossili uscirà dal mucchio
di un amorevole testa dove sta scritto
un lascito solo.
……….
……….

non c’è nemmeno un titolo

aprile 27, 2013 § 1 Commento

Francisco Goya “Gatti che litigano”

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che tu scriva sotto l’ala sonora
della tua immaginazione o delicatamente sfiorato
dalla nullità e dalla ricerca dell’eterna scrittura
in quella bella fontana, l’inchiostro
ti cade sulle mani in ogni sorta di gattini.
Vedili ancora pigri e poi più risvegliati:
il più forte soffia, si azzuffa, graffia
le dita senza alcun motivo.
Lo segui come un piccolo tesoro, ma poi tutti
giocano coi tuoi nastri.
Lecito affezionarsi, ti fidi di loro
cerchi di tenerli vicini al segno.

*

poi non c’è altro modo: anche l’avvoltoio
preserva i propri cuccioli. Vorresti poterli grandissimi
ma non escono dalle immaginazioni e le mani
sono forti con i deboli, attraverso gli alberi
strappano un fiore. Tremenda condizione
per ogni vento, petali da separare.

*

poi, poi non sei libero, il piede
è legato a quell’altro, la mano
all’assunto che ha scritto.
Forse così voli basso, però nello spazio
la voce cerca contenzione
un orecchio su cui sbattere e tornare

*

ma andiamo per via che sogno
in me si tenda l’arco delle sillabe
per parole ho speranze e spinte
di me che sto parlando invano.

A quest’ora anche l’asfalto è un suono
volati, non si rientra nel filo
e chi mai sentisse un grido, al pari
della neve sciolto al sole, come un lungo

verme si proteggerebbe.
Con la pagina bianca, la sua calce
nel silenzio solidale.

Così lo spiegamento innato delle piume
dal becco la materia fetale
lisciarsi bene per bene, poi col becco arare.

*

al tumulto del nodo
non manchi. “Io muoio a seconda dei venti”
dici, e dall’uno all’altro i balsami
dalle erbe dei defunti
sono la voce frondosa del coro.
La tua mano invece preferisce l’approdo
il tono piano del cerchio.
Perfetto
non ci salva dal varco
ma chiude, si getta di testa nelle campagne.
È un grave
che casca nelle tenebre e che appena uscito dalle caverne
sente le belve camminare lungo la spina dorsale dei boschi.